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Bagnara di Romagna 

Comune di Bagnara di Romagna (RA)
Homepage


  • Frazioni: San Filippo
  • Numero di abitanti: 1760
  • Altitudine (metri): 22
  • Superficie (kmq): 10
  • Cap: 48010
  • Prefisso telefonico: 0545
  • Distanza dal capoluogo di provincia: 36
Bagnara di Romagna è situata nel settore nord occidentale dell'ampia e fertile pianura alluvionale che circonda Ravenna. Caratterizzata da una florida economia, di derivazione in gran parte agricola, conserva un centro storico di notevole interesse, che testimonia una grande fioritura, nei vari secoli, dell'architettura civile e religiosa. In tutta la pianura emiliano-romagnola Bagnara resta l'unico esempio di "castrum" medievale integralmente conservato.
CENNI STORICI
Dall'Epoca villanoviana al 1600
Bagnara è situata nella bassa pianura ravennate, un territorio dove sono ancora visibili le tracce dell'antica centuriazione romana e dove riaffiorano, di tanto in tanto, reperti databili all'epoca villanoviana (prima età del ferro) e al periodo etrusco. Quasi sicuramente di epoca romana è un antico castrum sito nel cosiddetto "prato di S. Andrea" (vedi), circa un chilometro a sud dell'attuale centro abitato, nei pressi dell'antica via Longa, un importante cardine o kardo dell'epoca della centuriazione. Di quel castello oggi resta solamente un rialzo di forma ellittica, circondato da una depressione, l'antico fossato di cinta. La sua distruzione avvenne nel 1222, in una battaglia tra le città di Bologna e Faenza, alleate contro Imola cui apparteneva Bagnara. Gli abitanti rimasti senza tetto, si stabilirono nei pressi dell'attuale centro abitato, dove allora sorgeva un oratorio dedicato a San Giovanni. Nei secoli che seguirono Bagnara fu teatro di battaglie, saccheggi e oggetto di negoziati tra signori e tirannelli. Oltre al vescovo d'Imola si avvicendarono nel suo possesso Uguccione della Faggiola, i Manfredi, gli Ordelaffi, i Da Polenta, i conti di Cunio, Barnabò Visconti, i Malatesta, gli Estensi. Fu Barnabò Visconti nel 1354 a dotare la località del sistema difensivo ancor oggi visibile. Si trattava di un fossato attorno alle mura di cinta, nelle quali era inserita una rocca di più modeste dimensioni e di diverso stile rispetto a quella attuale. Da allora la località passò di mano a diversi padroni, che l'ottennero come preda di guerra, o per compra vendita, o per donazione. Nel 1482 Bagnara fu appunto oggetto di donazione a favore di Girolamo Riario, marito di Caterina Sforza. Nel 1488 l'avveduta e spietata Caterina vendicò il marito ucciso in una congiura e mantenne il possesso di tutte le sue terre per conto del figlio minorenne.
Nel 1494 la donna riuscì a salvarsi dalla minaccia dell'esercito francese di re Carlo VIII, venendo a patti con gli stessi nemici dopo essere stata abbandonata dal pusillanime alleato, il duca di Calabria. Tuttavia nulla poté contro il duca Cesare Borgia, detto il Valentino che, negli ultimi giorni dell'anno 1499, conquistò Imola, poi via via gli altri castelli della signora fino a Forlì. Bagnara si arrese senza colpo ferire. Le fortune del Valentino cominciarono a declinare nel 1503 con la morte del suo potente genitore, papa Alessandro VI, poi col sopraggiungere di una malattia ed infine con la sua morte. L'inetto Ottaviano Riario, figlio di Caterina, tentò due volte di riprendere militarmente i possedimenti della famiglia, ma invano. Seguirono decenni di lotte per il possesso della città di Imola e del contado, fra i sostenitori del papa, detti neoguelfi e i neoghibellini sostenitori del re di Francia e delle famiglie già spodestate dal Valentino. Anche Bagnara dovette subire sanguinose scorrerie ad opera di ambedue le parti. In seguito Imola finì sottoposta al completo e diretto controllo della santa Sede, mentre per Bagnara si dovette giungere ad una soluzione di compromesso. Ad accampare vecchi diritti comitali sulla località era il vescovo di Imola, i cui predecessori erano stati feudatari del castello bagnarese, mentre il comune di Imola chiedeva che quello status di feudo fosse dichiarato decaduto in conseguenza di decenni, o forse di secoli di effettiva interruzione. La giustizia del tempo non risolse la questione; per questo nel 1562 le parti giunsero ad un accordo in base al quale il vescovo poteva vantare il titolo di conte di Bagnara, la piena proprietà sulla rocca, su molti fondi rustici e la diretta proprietà (con diritto di decima) su quasi tutto il territorio comunale. Gli fu riconosciuto anche il diritto di concedere l'investitura (in cambio di denaro) ad ogni vendita, successione o donazione di beni posti nel territorio, poi ancora regalie, diritti di privativa e altri privilegi. Per l'esercizio delle sue funzioni il vescovo aveva il potere di nominare un commissario, però su una terna propostagli dal consiglio comunale imolese. Aveva anche il potere di amministrare il comune e la giustizia, sia civile che criminale (esclusa la materia assegnata ai tribunali della santa Inquisizione) e doveva provvedere alla difesa militare del territorio, esattamente come un feudatario medievale. Si diceva per questo che Bagnara era mediatamente soggetta alla Santa Sede (cioè a mezzo del vescovo stesso) a differenza delle località circostanti, che vi erano immediatamente soggette.
Come contropartita il Comune di Imola ebbe il diritto di esigere le imposte fondiarie anche su Bagnara, vedendosi così sollevato della quota parte che in ogni caso doveva essere versata alla camera, cioè all'erario. A Bagnara esisteva un consiglio comunale, le cui delibere venivano umilmente sottoposte all'approvazione del conte-vescovo. Per la tutela dell'ordine pubblico all'interno della mura c'era un bargello, oltre al guardiano notturno della porta che veniva rilevato di giorno dal piazzaro. Per la vigilanza in campagna c'erano invece uno o più saltari. Il primo cittadino era detto massaro, che assumerà il titolo di priore all'inizio del Settecento. Questi era coadiuvato da alcuni magistrati, scelti fra i consiglieri, che esercitavano più o meno le mansioni degli attuali assessori, nonché dal segretario, che era anche il notaio del paese. Memorabile fu l'epidemia di tifo petecchiale del 1591 (dopo tre anni consecutivi di carestia), che causò oltre 223 vittime a Bagnara, il numero massimo di morti mai riscontrato in paese in un anno. Sempre in quel periodo era alto il numero dei viandanti uccisi a scopo di rapina da banditi o fuorusciti.
Dal '600 al Regno d'Italia
Nel Seicento è da ricordare la peste del 1630-1631, dalla quale Bagnara restò immune. Per questo il consiglio deliberò di ringraziare la Madonna facendo voto di celebrare annualmente una festa l'ultima domenica di luglio, voto mantenuto sino ai giorni nostri. Il Settecento fu contraddistinto da diversi flagelli: in primo luogo le guerre di successione che interessarono indirettamente anche il territorio delle Romagne, dove vari eserciti fissavano i loro quartieri invernali e pretendevano denaro, vitto, alloggio, legna da ardere, biade per i cavalli e altre cose ancora sotto la minaccia di ritorsioni. In particolare a Bagnara ci furono soldati stranieri nel 1708, nel 1736 e 1742, rispettivamente in occasione delle guerre di successione spagnola, polacca e austriaca. Il 1736 fu per giunta un anno di grave carestia. Nell'ottobre del 1765 nella località furono molti i casi di febbre terzana (una febbre intermittente, malarica), mentre si verificavano in modo più o meno frequente epidemie nel bestiame bovino (la più temuta era volgarmente detta cancro volante) che gettavano gli allevatori colpiti nella miseria più nera. Nel 1797 vennero i francesi di Napoleone, che abbatterono il vecchio regime, organizzando nuove circoscrizioni amministrative (dipartimenti e prefetture) e giudiziarie (tribunali e governatori).
Si vide il succedersi della repubblica cispadana, che divenne repubblica cisalpina, quindi repubblica italiana e infine regno d'Italia. Il vescovo di Imola perse ogni potere e diritto sul paese rimanendo solamente la guida spirituale della parrocchia. Bagnara restò comune autonomo fino al 20 aprile 1810, quando fu aggregata a Castel Bolognese. Il 1 gennaio 1814 fu ripristinato il vecchio regime ad opera delle truppe austro britanniche. Il papa tornò a Roma il 24 maggio di quell'anno, dovendo tuttavia pazientare ancora per riavere le Romagne e ristabilirvi il suo governo. Allora Bagnara tornò ad essere comune ed ebbe a capo un gonfaloniere (al tempo dell'occupazione francese il primo cittadino si era chiamato dapprima presidente, poi sindaco). Nel 1828 il gonfaloniere fu chiamato di nuovo priore. Il vescovo di Imola tornò a fregiarsi del titolo di conte di Bagnara, riebbe le sue proprietà e le sue decime, ma non ebbe più poteri in fatto di amministrazione, di giustizia e di difesa, tutte cose che passarono all'onnipotente cardinal legato il quale si avvaleva dell'ausilio dei governatori. Dopo un periodo transitorio, Bagnara fu assegnata al governatorato di Castel Bolognese, dipendente dalla legazione (provincia) di Ravenna. Alcuni bagnaresi parteciparono ai moti mazziniani del 1831, poi repressi dall'esercito austriaco Ma in tutto lo stato pontificio la situazione dell'ordine pubblico stava precipitando, sia a causa di un brigantaggio sempre più dilagante, sia per la protesta politica che montava continuamente.
Nel 1846 il vescovo di Imola e conte di Bagnara cardinale Giovanni Maria Mastai Ferretti divenne papa col nome di Pio IX, suscitando l'entusiasmo delle autorità bagnaresi, che lo conoscevano personalmente e che stanziarono una enorme somma per i relativi festeggiamenti. Nel febbraio del 1849 fu proclamata la repubblica romana e la fine del potere temporale del papa. A Bagnara si fece cantare un "Te Deum" di ringraziamento e molti si arruolarono nella "guardia civica", un corpo militare che Pio IX aveva ripristinato a furor di popolo sostituendo quello, molto impopolare, dei centurioni detto anche dei volontari pontifici. Alla restaurazione del vecchio regime nelle Romagne provvidero le truppe austriache, che entrarono a Bagnara il 22 maggio 1849. La repressione che seguì fu durissima, soprattutto contro coloro che si erano compromessi con la repubblica, che furono sorvegliati, perseguitati, incriminati e spesso condannati. Gli ultimi priori di Bagnara furono i ricchissimi fratelli Matteo e Domenico Morosini, che alla caduta del potere temporale del papa furono accusati di peculato: avrebbero infatti intascato pubblico danaro in occasione della costruzione del forno comunale e della caserma dei gendarmi. Al 1855 risale l'ultima epidemia di colera in paese, con 16 morti ufficialmente denunciati (ma forse è più attendibile una successiva statistica redatta dall'arciprete che indica invece un numero di 40 morti). A Bagnara non si sentiva più parlare di peste da lungo tempo (l'ultima minaccia risaliva al 1656), ma ci saranno ancora in seguito serie malattie, come l'epidemia di vaiolo del 1886, e casi più o meno frequenti di pellagra, malaria, difterite, carbonchio, tubercolosi e tetano talora anche nel ventesimo secolo. L'annessione della Romagna al regno di Sardegna avvenne di fatto nel giugno 1859 (da Bagnara i gendarmi pontifici partirono definitivamente il 14 giugno di quell'anno), ma l'atto formale fu rinviato all'anno successivo, dopo il plebiscito dell'11 marzo.
Dal Regno alla Repubblica
Il toponimo completo Bagnara di Romagna, per distinguere il comune da quello di Bagnara Calabra fu assegnato con regio decreto n. 1126 dato a Torino il giorno 11.1.1863. Dopo l'unità nazionale il primo sindaco fu Domenico Giovannini, un uomo tranquillo che cercò di pacificare gli animi e che morì dopo pochi mesi, dopo essere stato scomunicato come tutti i suoi colleghi per aver accettato di collaborare col governo italiano. A Bagnara, come nelle altre località annesse al nuovo regno, la gestione degli istituti di beneficenza fu sottratta agli enti religiosi ed assegnata ad una Congregazione di Carità nominata dal consiglio comunale e furono incamerati dallo stato i beni ecclesiastici non strettamente necessari al culto. Così la rocca fu sottratta alla Mensa Vescovile di Imola e, previo pubblico incanto, aggiudicata al comune bagnarese. Lo stesso ente locale diede inizio ad un lungo contenzioso con la Mensa Vescovile sulla questione delle decime sui beni immobili di proprietà comunale, deliberando di non riconoscerle affatto ed ottenendo, nei primi anni, sentenze favorevoli, ma non definitive. Nuovi e gravosi compiti furono assegnati al comune dalle nuove disposizioni di legge: finanziamento e gestione della scuola primaria resa nel frattempo obbligatoria, organizzazione dell'avviamento dei giovani alla leva, pure resa obbligatoria, tenuta dei registri di stato civile e anagrafe, in precedenza compito dei parroci, approvazione di diversi regolamenti comunali in fatto di igiene, polizia rurale, polizia mortuaria e altri ancora. A quegli anni risale la costruzione della prima rete fognaria e delle prime pubbliche latrine come richiedevano le più elementari norme di igiene, mentre furono sottratti alla competenza comunale compiti come la bonifica e la difesa del territorio contro le rotte e gli straripamenti del fiume Santerno, lavori gestiti dallo stato con l'organizzazione di squadre di scarriolanti, figure leggendarie della laboriosità dei romagnoli. Con le elezioni comunali del 1870 a Bagnara si registrò un'inversione di tendenza rispetto ai primi anni di radicale anticlericalismo, perché furono eletti molti consiglieri non organizzati in partito, ma moderati, con simpatie verso la Chiesa. Si stabilì così una difficile convivenza tra il sindaco, ancora di nomina regia e pertanto fedele sia alla corona che al governo, e la maggioranza consiliare che esprimeva una giunta di diverso orientamento.
Ben presto si deliberò la reintroduzione dell'insegnamento della religione nelle scuole, la devoluzione di fondi per la manutenzione dell'organo in chiesa, per lo stipendio all'organaro e per la restaurazione di altri oggetti situati in chiesa. Furono tagliati i fondi per finanziare la pendenza giudiziaria contro i Morosini, coi quali fu pertanto necessario giungere ad una transazione dopo 15 anni di feroci battaglie. Costoro versarono al comune lire 1.500, in luogo delle 3.531,32 richieste, a patto che non si parlasse di peculato e di risarcimento di danni, ma di volontaria liberalità nei confronti dell'ente pubblico. L'ultimo sindaco di nomina regia a Bagnara fu Giuseppe Morsiani detto Fiori, un ex-macellaio possidente, già perseguitato nel periodo pre-unitario, che tanto si impegnò nel campo sanitario, nel far costruire i primi pozzi artesiani, nel risanare e riparare molti edifici pubblici, mantenere i difficili rapporti con il consiglio comunale, talvolta a lui ostile. Ma il suo merito più grande fu la costosissima costruzione del ponte sul fiume Santerno, in legno, con fondi prevalentemente comunali, dopo che il Morsiani Fiori aveva strappato contributi, per la verità modesti, allo stato, alle amministrazioni provinciali di Bologna e Ravenna, ai comuni di Mordano e di Massa Lombarda. Morì nel 1898, in tempo per vedere come ormai le sentenze della magistratura erano tutte favorevoli alla Chiesa, e dopo aver firmato suo malgrado il mandato di pagamento a favore della mensa vescovile di Imola, per le quote ad essa spettanti a titolo di decima, arretrati, interessi e spese giudiziarie. In una sola occasione il sindaco Morsiani Fiori subì violenti critiche dai compaesani, quando si disse che aveva esercitato pressioni affinché la linea ferroviaria non passasse per Bagnara, in modo che i locali barrocciai non perdessero il loro lavoro. L'elezione del sindaco da parte dei consigli comunali fu stabilita per legge nel 1896 (nei comuni capoluogo di provincia o di mandamento con popolazione superiore a 10.000 abitanti risale a qualche anno prima). Il primo sindaco bagnarese eletto fu Enrico Beltrani, che restò in carica dal 1897 al 1902, poi rilevato da altri come lui di tendenza moderata e filo-cattolica, fino al 1911, quando lo stesso Beltrani sarà rieletto e resterà al suo posto fino al 1914, con la qualifica di pro-sindaco e non di sindaco (forse per aver rifiutato di prestare giuramento di fedeltà al re, come talvolta accadeva quando l'eletto non apparteneva al partito monarchico o non ne era simpatizzante). Quelli furono anni caratterizzati dall'acuirsi di tensioni sociali su tutto il territorio nazionale, dal sorgere di leghe di braccianti e mezzadri sempre più combattive, dal formarsi dei sindacati e dall'entrata in politica dell'immenso popolo dei cattolici in precedenza tenutovi fuori o ai margini dagli ordini provenienti dalla santa sede. Le tensioni giunsero anche in paese, dove tanta parte della popolazione era da sempre in condizioni disperate, ma che stava organizzandosi. Ogni vigilia di primo maggio mandava in fibrillazione le forze dell'ordine, ma l'episodio più rilevante fu la cosiddetta settimana rossa, che interessò Bagnara senza tuttavia che in paese si giungesse agli eccessi registrati in altri comuni della bassa pianura ravennate. Nelle elezioni comunali di quell'anno, le prime a suffragio universale, sebbene solo maschile, i socialisti ottennero a sorpresa una schiacciante maggioranza in consiglio comunale, ma la grave situazione in Europa, dove era già scoppiata la grande guerra che avrebbe in seguito coinvolto anche l'Italia, non permise loro di mettere in atto grandi innovazioni. La lotta politica appassionata riprese nell'immediato dopoguerra, soprattutto nel 1919-1920 (il cosiddetto biennio rosso) quando i sindacati e partiti della sinistra conquistarono un potere sempre maggiore, imponendo assunzioni e concessioni di appalti e aprendo spacci di generi alimentari gestiti sull'esempio di quelli dell'appena nata repubblica Sovietica. Un giorno particolarmente teso fu il 2 Maggio 1920 quando i socialisti inaugurarono un monumento ad Andrea Costa a cui seguirono scontri che provocarono due morti e la proclamazione dello stato d'assedio a Bagnara. Il 15 marzo 1921 fu costituita in paese la prima sezione del partito fascista, ma le prime squadre che minacciavano e intimorivano coi manganelli venivano dai comuni limitrofi. Ad esempio il 9 settembre 1921 rimase ucciso il giovane fascista massese Medardo Gianstefani, venuto a Bagnara su un camion con una ventina di camerati i quali, tutti assieme, continuarono a scorrazzare perfino dopo aver ucciso l'antifascista Giuseppe Gulmanelli. Seguirono assalti ai locali di proprietà delle cooperative, come avvenne il 4 novembre 1921 quando furono distrutti oggetti e documenti d'archivio, o il 31 maggio 1922 quando furono date alle fiamme le macchine agricole della cooperativa stessa. Nei primi giorni d'agosto di quel 1922 i fascisti tornarono a Bagnara costringendo l'intero consiglio comunale a dimettersi, mentre in ottobre, pochi giorni prima della "marcia su Roma", attentarono alla vita del sindacalista Alfredo Cricca, sbagliando persona, per cui rimase gravemente ferito un fratello della vittima designata.
Dopo un lungo periodo di gestione commissariale, il 17 giugno 1923 si riunì il nuovo consiglio di ispirazione fascista, che elesse sindaco Domenico Piani, sostituito nel 1926 da Eugenio Beltrani il quale assunse il titolo di podestà. Ma nel volgere di pochi anni si avvicendarono ancora commissari e podestà, segno di un conflitto all'interno del partito fascista, probabilmente diviso tra il gruppo degli squadristi della prima ora, anticlericali e rivoluzionari, e i nuovi arrivati, per lo più uomini d'ordine ansiosi di rassicurare in fretta la gente con la normalizzazione. Le decisioni prese in quegli anni furono la costruzione di un grande alloggio adibito a casa popolare, subito ribattezzato il Putano, la costruzione del nuovo edificio scolastico, portando a termine un progetto risalente al 1914, l'inaugurazione di un parco della Rimembranza e di un campo sportivo in prossimità del fiume Santerno. Il campo sarà poi venduto, dopo pochi anni, al comune di Mordano per una cifra simbolica. Poi si mise in atto un'organizzazione della società sulle direttive del governo nazionale e su un modello para-militare (balilla, avanguardisti, piccole italiane, eccetera), si organizzarono corpi di volontari (spesso convinti con minacce) per la campagna coloniale e per quella di Spagna, nonché squadre di operai, stavolta davvero volontari, che si recarono in Africa attratti da buone paghe. Allo scoppiare della seconda guerra mondiale Bagnara diede il suo contributo di soldati su tutti i fronti, poi di morti, di feriti, di prigionieri. Ma già nel 1944 squadre partigiane operavano sul territorio organizzando attentati ai danni dei soldati tedeschi, gesti di ostruzionismo, propaganda, e colpi di mano tesi all'autofinanziamento. Del locale comitato di liberazione fecero parte esponenti di tutti quei partiti che nel dopoguerra si definiranno "dell'arco costituzionale", oltre all'arciprete don Mongardi, in rappresentanza dei cattolici, in seguito persuaso a lasciar posto ad altra persona. Dal novembre 1944 il paese venne a trovarsi a pochi chilometri dal fronte; e quasi quotidianamente dovette subire i bombardamenti degli alleati oltre ai rastrellamenti e alle razzie da parte dei tedeschi. La liberazione avvenne di mattino dell'undici aprile 1945 per opera di truppe polacche agli ordini del generale Anders, ma le ore immediatamente precedenti furono drammatiche. Gli ultimi due soldati tedeschi rimasti avevano ricevuto l'ordine di far saltare i punti di avvistamento già minati cioè il campanile, la porta e la rocca nel cui sotterraneo si trovavano rifugiate oltre quattrocento persone. Dapprima furono inutili le suppliche dell'arciprete don Mongardi e di tanti rifugiati per evitare la carneficina che sarebbe seguita alla distruzione della rocca, giacché non c'era più tempo per la sua evacuazione. Il sacerdote tornò ancora alla carica, stavolta spalleggiato da Giuseppe Sgalaberna e da altri giovani bagnaresi decisi a tutto, i quali con fare minaccioso convinsero il soldato tedesco a risparmiare quell'antico monumento e con esso la vita di centinaia di persone. Il primo sindaco del dopoguerra fu Silvio Beltrani, già perseguitato durante il periodo fascista, che ebbe il gravoso compito di sovrintendere e coordinare la difficile ricostruzione del paese. La guerra aveva lasciato un tragico bilancio: su un totale di 1970 abitanti erano partiti 272 soldati, dei quali sei risultarono poi dispersi e sette caduti in combattimento; tra i civili si contarono 82 morti (di cui 26 solamente nel bombardamento alleato del 9 aprile 1945), 260 feriti, 29 mutilati. I danni economici, oltre alle razzie e alle altre distruzioni, comprendevano 74 case rase al suolo, 138 semidistrutte, tutte le restanti più o meno danneggiate.
I MONUMENTI
Chiesa arcipretale
L'edificio attuale, ad unica navata ed a volta, rivela tre epoche di costruzione. La prima fase (secc. XIII e XIV) è testimoniata da resti di antiche murature esistenti nella parte bassa della fiancata. Nel 1653 (seconda fase) la chiesa fu parzialmente rifatta e ampliata con la costruzione delle otto cappelle laterali. La terza fase ebbe luogo nel secolo XVIII (1752-1774) quando l'architetto Cosimo Morelli risistemò le cappelle laterali e ricostruì l'abside e il presbiterio, arricchendoli con stucchi parietali, di una monumentale ancona e dell'altare di scagliola finto marmo, opera dei fratelli Dalla Quercia di Imola. A quel periodo risale la demolizione di un portico antistante la chiesa, ove erano sistemati i sepolcri dei bagnaresi, che da allora vennero collocati all'interno della chiesa stessa, fino alla costruzione del cimitero avvenuta nel secolo successivo. Gli ultimi eventi bellici hanno procurato danni ed hanno reso necessari il rivestimento della facciata e la costruzione del campanile, realizzati in cotto composito medievaleggiante.
Chiesa della Natività di Maria Vergine
Detta anche Chiesa dell'Ospedale o Chiesuola, fu costruita nel 1452 su un più antico oratorio ricordato nel 1202 e nel 1371. Era annessa al modesto Ospedale, inteso non come nosocomio, ma come luogo per dare ospitalità ai pellegrini, che trovavano posto in due distinte stanze, una per gli ecclesiastici e l'altra per i laici. Il luogo lasciava molto a desiderare, sia per lo spazio ristretto che per le pessime condizioni di igiene. Nell'Ottocento vi sono attestazioni di spazi destinati alle persone invalide. Nel 1876 fu soppresso il portico antistante la Chiesuola, mentre nel 1914 l'ospedale era divenuto Casa dei Poveri amministrata dalla Congregazione di Carità. La chiesa, che si presenta ad unica aula, fu completamente ricostruita dopo l'ultima guerra ed utilizzata ancora per qualche anno per fini culto. Ora è adibita ad auditorium parrocchiale.
Fosse castellane e mura
In tutta la pianura emiliana romagnola Bagnara resta l'unico esempio di "castrum" medievale integralmente conservato. L'intero sistema difensivo fu approntato nel 1354 da Barnabò Visconti, dopo che questi aveva conquistato la località. Egli fece scavare un fossato attorno ad un muro di cinta, il tutto perfettamente visibile anche ai nostri giorni. Al castello si accedeva attraverso un'unica Porta. Le mura sono ancor oggi costeggiate, nella parte interna, dai quattro terragli, le vie ottenute con terreno di riporto, su cui, in caso di assedio, accorrevano i falconieri coi falconi e i balestrieri con le balestre per svolgere le rispettive funzioni. Non è possibile stabilire l'originaria profondità delle Fosse; ma sicuramente ancora nel Seicento vi stagnava l'acqua anche d'estate. Il loro prosciugamento fu deciso nel 1738, quando un tal Francesco Antonio Liverani s'impegnò ad eseguire quel lavoro, mediante colmata, ottenendo come contropartita il diritto di sfalciarvi gratuitamente l'erba per un quinquennio, e poi ancora di sfalciarla per un ulteriore quinquennio dietro pagamento di un modico canone. Negli ultimi decenni del Settecento nelle Fosse si praticava il gioco del Ballone.
Le case tuttora situate nel lato occidentale risalgono al diciannovesimo secolo, ad eccezione del fabbricato adibito a caserma dei carabinieri che risale agli anni 1964-1965. Le Mura servivano ovviamente alla difesa contro il nemico. Su di esse erano situati sei bastioni, destinati ad ospitare i soldati con compiti di avvistamento e di difesa. Nel corso dei secoli furono necessari frequenti restauri, ma la loro ubicazione non cambiò mai. Un abbassamento di circa un metro di tutta la cinta fu operato a più riprese nel periodo che va dal 1860 al 1878, allo scopo, si diceva allora, di dare maggiore ventilazione al paese e di migliorarne le condizioni igieniche e l'estetica. Sul finire dell'Ottocento si praticarono altre tre aperture per l'accesso carrabile al paese, essendo ormai insufficiente l'accesso attraverso la Porta. In occasione dell'ultima guerra le Mura andarono quasi completamente distrutte, per cui richiesero in seguito importanti lavori di ripristino. Nei primi decenni del Novecento stazionava spesso presso le Mura la mendicante Elvira Pomidori detta la Munàca, che si fingeva paralitica all'atto di chiedere l'elemosina, però camminava speditamente quando se ne andava per i fatti propri. I più anziani dicono ancora che fa la Munàca chi si finge tonto per ottenere dei vantaggi.
Il Palazzo Comunale
Ora destinato a biblioteca, si trova da tempo immemorabile nella Piazza. Vi si tenevano le sedute del consiglio, dopo che il donzello aveva avvisato personalmente tutti i consiglieri ed aveva strombazzato l'avviso di convocazione in piazza ed in altri luoghi, affinché il popolo fosse reso edotto della riunione. Sono documentate importanti ristrutturazioni al Palazzo nel 1608, nel 1780 (quando vi fu costruita una camera ove furono collocati i pesi e le misure campione) e nel 1815, dopo quasi un ventennio di occupazione francese durante il quale la sede del comune era stata trasferita in Rocca. In quel periodo il palazzo, destinato a quartiere per i militari, era stato ridotto in pessimo stato e minacciava di crollare. Un'altra importante ristrutturazione al Palazzo avvenne nel 1908, quando il comune acquistò una casa adiacente per ampliare il fabbricato e nel contempo ricostruire il loggiato antistante quattro metri più a nord. In tal modo la Piazza assunse la forma di una figura geometrica regolare. Dopo l'ultima guerra si dovette procedere al rifacimento quasi totale del Palazzo, che divenne sede di scuola media nel 1961.
In una stanza a pianterreno, ora sede della Pro Loco, vi era ubicata la farmacia comunale, istituita con delibera consiliare nel 1776, ed affidata allo speziale imolese Luigi Reggi, che morì nel 1807. Il comune provvide ad arredare l'ambiente, compreso il retrobottega, e a fornirlo dei preziosi vasi. Alla morte del Reggi la speziaria restò chiusa diversi anni e riaperta a periodi intermittenti dietro semplici accordi verbali con i gestori. Per questo si verificarono frequenti liti giudiziarie tra il comune e farmacisti, dato che non sempre era agevole stabilire se costoro fossero affittuari o dipendenti comunali, e se avessero o meno la proprietà dei medicinali giacenti all'atto dell'inventario. I pregevoli vasi andarono distrutti o perduti durante l'ultima guerra. Negli anni settanta del secolo ventesimo la farmacia fu venduta dal comune ad un privato.
La Piazza
Era il luogo pubblico più importante, il salotto del paese, centro di raccolta, svago, affari, fucina di passioni politiche e ideali dei bagnaresi. Sulla piazza da tempo immemorabile si affaccia il Palazzo Comunale, alle cui colonne venivano affissi i bandi; sulla piazza si dava la corda in pubblico ai condannati, passavano le processioni precedute dai confratelli delle varie compagnie nelle loro caratteristiche divise; a volte giungeva perfino l'acqua del fiume Santerno in rotta. Nel Settecento vi fu istituito il mercato dei bozzoli, detto pavaglione, però già sul finire del secolo precedente vi si teneva un mercato non soltanto di bestie, ma d'ogni sorta di biada o merci. Sulla Piazza si sono succedute nei secoli le più disparate cerimonie o manifestazioni, come l'erezione dell'albero della libertà al tempo napoleonico, lo sparo di fuochi d'artificio in occasione del matrimonio dello stesso imperatore con Maria Teresa d'Austria, poi ancora fuochi d'artificio (d'altro colore politico) nel 1815 quando Bagnara tornò alla Santa Sede e papa Pio VII fece il suo ritorno trionfale in Roma. Altri spari ed altri fuochi d'artificio ci furono in piazza nel 1846, quando fu eletto papa Pio IX, un altro albero della libertà fu invece piantato nel 1849 con la proclamazione della repubblica romana, ed altre manifestazioni di consenso si videro nel 1860 alla proclamazione del Regno d'Italia.
Nel 1925 i fascisti, già al potere da alcuni anni, vi organizzarono un falò con le bandiere rosse dei socialisti, mentre nel 1936 partì dalla piazza un carro con sopra un fantoccio di colore nero, allegoria del Negus in fuga da Addis Abeba conquistata dagli italiani. L'undici aprile 1945 la piazza si riempì dei soldati che liberarono Bagnara, accolti dalla popolazione in festa. Infine in una foto del 1957, scattata in occasione del Congresso Eucaristico di zona, è possibile vedere una piazza gremita di gente fino all'inverosimile. Iniziando dalla Porta e proseguendo in senso orario, sulla piazza si trovano: la vecchia Caserma dei Carabinieri (ora Ufficio Relazioni col Pubblico) costruita negli anni Cinquanta del diciannovesimo secolo; l'antico Palazzo Comunale, poi, attraversata via Roma, la drogheria mesticheria Beltrani, ora non più in esercizio, ma per moltissimi anni vero emporio dei bagnaresi. Si attraversa via Mazzini, nel punto dove un tempo si trovava un grande arco, detto Il Voltone, si giunge ad una rivendita di generi di privativa posta nell'antico palazzo Mancini, mentre il lato est della piazza è occupato dal palazzo Fabbri.
Sul lato sud si affacciano due isolati già appartenenti rispettivamente ai Morsiani e ai Morosini, eminenti famiglie della Bagnara dell'Ottocento. Il primo fu riconvertito nell'ultimo dopoguerra a sala cinematografica e a casa del popolo, mentre l'altro, posto ad occidente di via Camangi, era stato riconvertito a sede del circolo chiamato la Barcaccia, nome forse preso da un'antica osteria presso la Barca. Ora tuttavia quest'ultimo palazzo è ora pressoché inutilizzato.
La Porta del Paese
L'unica Porta d'ingresso a Bagnara era situata sul lato occidentale delle mura castellane e restò tale fino al termine del diciannovesimo secolo. In origine la Porta era dotata di un ponte levatoio, che fu demolito nel 1617 per essere rimpiazzato da un ponte in muratura, tuttora esistente sebbene non se ne vedano le arcate, coperte di terra il cui livello si è alzato nel corso dei secoli. Alla porta stazionava il portonaro che aveva il compito di tenerla chiusa di notte, ed aprirla di giorno, dopo essersi accertato che chi entrava non portasse armi con sé. Nel Settecento e nell'Ottocento è attestata la presenza di due camere adibite a prigione e poste al piano superiore della Porta stessa. Nel 1814 vi furono posti l'orologio e la torre campanaria, dopo che erano stati tolti dal palazzo comunale. La Porta fu minata e fatta saltare dai tedeschi in fuga durante l'ultima guerra mondiale. Nella ricostruzione del 1949 non si procedette al ripristino della torre campanaria. Legato alla porta c'è un antico detto, caro ai paesani: questa è Bagnara da una porta sola, chi passa questa Porta s'innamora.
Museo Parrocchiale
Il Museo Parrocchiale, sito nei locali della canonica, è intitolato al suo fondatore Mons. Alberto Mongardi, arciprete di Bagnara dal 1932 al 1978. Custodisce prevalentemente oggetti di carattere religioso, appartenenti, nella maggior parte, alle chiese del territorio bagnarese. Di particolare rilievo sono gli apparati liturgici in broccato e damasco, le trine e i tessuti ricamati (secc. XVI-XIX); un rarissimo Antifonario e un Graduale, entrambi con xilografie, datati rispettivamente 1520 e 1524 e firmati da Pier Paolo Porro; una Bibbia e una Concordantiae Bibliorum del Cinquecento; altri libri corali, manoscritti e stampe dei secoli XVII e XVIII; vari oggetti di oreficeria, argenteria, coralli, granati, pietre preziose, brillanti; un ostensorio-reliquiario del Seicento in rame dorato e un prezioso calice del Settecento in argento dorato; altri calici, pissidi, patene, ostensori, reliquiari, cartegloria e candelieri; dipinti dei secc. XVI, XVII, XVIII, compresa la pala d'altare di Innocenzo da Imola, firmata e datata 1515,e una tela di Pietro Bacchi da Bagnara (pittore minore del Cinquecento); un atlante completo in 7 quadri, del 1650; maioliche faentine ed imolesi dei secc. XVII e XVIII; un Crocifisso in legno, scuola del Donatello, del sec. XV; mobili; una raccolta di oltre mille monete e medaglie (secc. XVII.XIX); il nucleo storico dell'Archivio Parrocchiale che comprende importanti copie cartacee di documenti del 1252 e del 1437-1573, oltre ai libri dei Battezzati (dal 1564), dei Cresimati (dal 1578), dei Matrimoni (dal 1587), dei Morti (dal 1507), agli stati della popolazione (dal 1760) e agli inventari (dal 1738).
Museo Pietro Mascagni
Il Museo è sorto nel 1975 in seguito alla donazione fatta alla Parrocchia dalla Signora Anna Lolli, di origine bagnarese e ispiratrice del Maestro. Vi è custodito il più importante epistolario del Maestro, consistente in circa 4.600 lettere (dal 1910 al 1944), ordinate in 126 raccoglitori. Vi sono inoltre conservati diversi oggetti personali del compositore, numerosissime fotografie con dedica, un suo pianoforte, il calco funebre del suo volto, spartiti musicali, pubblicazioni relative al Musicista, ritagli di giornali dell'epoca.
Palazzo Fabbri
Si trova sul lato est della Piazza. La successione dei proprietari va da un Pellegrino Casalini ad un certo Federico Fabbri, già sindaco di Bagnara, poi alla famiglia Golinelli detta Luciò che per oltre sessant'anni la utilizzò come abitazione, gestendovi anche una macelleria ed una caratteristica osteria. Recentemente la società immobiliare "Giuliana" ha acquistato tre quarti dell'edificio originale e vi ha eseguito importanti interventi di consolidamento e manutenzione. E' una formidabile testimonianza dell'architettura locale del secolo diciannovesimo, dotato anche di un piccolo e grazioso chiostro. Il loggiato in selenite, o pietra del gesso, che campeggia al centro del lato est del chiostro appare più antico (probabilmente sei-settecentesco).
Il palazzo possiede elementi caratteristici che gli conferiscono un aspetto che si può definire peculiare. E' pure presente una pregevole balaustra in legno della scala, opera di una falegname (mastro legnaio sicuramente locale), che conserva un cartiglio databile, sebbene con qualche dubbio, al 1810.
Palazzo Morsiani-Bernardi
Si trova a circa due chilometri dal paese, verso nord, circondato da un vasto parco. E' un edificio fortificato del XV secolo, rimaneggiato nel ‘700, di proprietà della stessa famiglia fin dalla costruzione. Interessanti all'interno sono la settecentesca cappella gentilizia e i numerosi camini di cui uno del ‘400. Esisteva un tempo anche un'armeria andata distrutta. Nell'immediato dopoguerra è diventato un centro di studi internazionali per la selezione del Cane di San Bernardo. L'allevamento "del Soccorso" è considerato uno dei più importanti per questa razza, a livello mondiale.
Prato di S. Andrea
Detto anche Bagnara Vecchia, è un rialzo di terreno, di forma ellittica, situato circa un chilometro a sud rispetto all'attuale centro abitato. Era l'antico castello bagnarese, il cui periodo di fondazione è incerto: forse è da collocarsi in epoca romana o alto-medievale. Dovrebbe invece essere sicura la data della sua distruzione, l' 8 maggio 1222, in occasione di una battaglia tra bolognesi, alleati dei faentini, e gli imolesi. Da tempo immemorabile quel terreno è proprietà del Comune, che l'ha sempre concesso in locazione di nove anni in nove anni al miglior offerente. La zona è ricchissima di reperti archeologici e sono in corso contatti con le autorità competenti per decidere su eventuali iniziative da prendersi per rendere il luogo fruibile a studiosi e turisti.
Rocca Sforzesca
La parte più importante del sistema difensivo trecentesco era la Rocca, più modesta e più bassa rispetto a quella attualmente visibile, con due torri simmetriche, a levante e a ponente, perfettamente uguali. Quel primo manufatto andò completamente distrutto nel 1428 nella battaglia tra Filippo Maria Visconti e Angiolo della Pergola. Il suo ripristino richiese diversi decenni, durante i quali Bagnara passò alla Santa Sede, poi agli estensi, poi di nuovo alla Santa Sede, quindi a Taddeo Manfredi, a Galeazzo Sforza e, nel 1479, a Galeotto Manfredi. Nel 1482 fu assegnata a Girolamo Riario quale dono di nozze da parte di papa Sisto IV, suo zio, assieme alle città di Imola e Forlì con le rispettive pertinenze. Alla morte del Riario, ucciso a Forlì in una congiura, gli subentrò la vedova Caterina Sforza. Ai Riario Sforza si deve l'imponente mastio, oltre alla riconversione del sistema difensivo presente nella Rocca per renderlo adatto anche all'utilizzo della polvere da sparo. Invece il lavoro di ricostruzione della restante parte del fabbricato sarebbe stato effettuato, a più riprese, dai diversi signori che precedettero i Riario Sforza nel dominio di Bagnara. Sul finire del 1499 la rocca passò al duca Cesare Borgia come gran parte delle terre romagnole, ma la gloria di costui passò ben presto. Nel 1535 il fortilizio era diventato un covo di falsari che vi coniavano illegalmente monete. Nell'accordo raggiunto il 30.7.1562 tra il comune imolese e il vescovo di quella città, la Rocca passò sotto la piena proprietà di quest'ultimo, status ribadito nei secoli successivi.
Verosimilmente nel Seicento vi fu soppresso il ponte levatoio, ampliata la porta d'ingresso, ostruiti con muratura gli spazi esistenti tra i merli nelle torri, che furono ricoperte con tetto. Si procedette in quel tempo ad una riconversione da uso militare ad uso civile della Rocca, che divenne residenza del commissario del vescovo al piano superiore, mentre il pianterreno fu destinato a deposito e a vani di servizio. In alcuni periodi la Rocca fu anche destinata a carcere, come si può verificare osservando alcuni graffiti in una cella posta nella casamatta superiore del mastio. Durante l'occupazione napoleonica la Rocca fu espropriata al vescovo ed assegnata al comune, che ne fece la residenza municipale. Tornata al vecchio padrone con la restaurazione del 1814, divenne definitivamente, nel 1868, proprietà del Comune che l'acquistò al pubblico incanto per il prezzo di lire 2.570 più lire 500 per le Fosse ad essa adiacenti. Furono subito necessari lavori di rinforzo e di riadattamento del manufatto; quindi fu costruita una ghiacciaia, a ridosso del suo fianco settentrionale. Dopo l'acquisto il Comune vi stabilì la sede delle scuole elementari, che vi restarono fino al 1926, quando furono trasferite nell'attuale ubicazione. Nel 1930 la Rocca divenne sede del dopolavoro fascista; durante l'ultima guerra vi trovarono rifugio diverse centinaia di bagnaresi sfollati dalle loro case. Nel 1960 fu destinata a sede provvisoria delle scuole medie, per diventare residenza municipale nel 1962. Altri importanti lavori vi furono eseguiti nel 1968, nel 1974 (dopo che un settore del mastio era crollato) e nel 1986 quando vi fu soppresso il ballatoio a mezzogiorno e rinvenuto lo scivolo originale che conduceva al ponte levatoio.
Elementi di interesse sono il mastio e il cortile centrale, restituito all'aspetto rinascimentale, alcuni ambienti interni con i soffitti lignei originali, i supporti di ferro del ponte levatoio posto a mezzogiorno, i bei loggiati sulle cortine di levante e settentrione, il pozzo di riserva idrica e la scala a chiocciola formata da 78 monoliti in arenaria sovrapposti. Di sobria eleganza è il gabinetto del sindaco, ottenuto dalla casamatta superiore della torre a levante, la parte più antica della rocca, nella quale è ancora riconoscibile lo stile visconteo. In detto ambiente è conservata un'interessante tavola in terracotta maiolicata dipinta a colori, risalente al 1770. La magnifica sala consiliare, ricavata da un ambiente a pianterreno, è adornata da otto vecchi dipinti, arte bolognese del Seicento e Settecento, lascito testamentario del ricco signor Luigi Deggiovanni, morto il giorno 11.1.1841.
Santuario della Beata Vergine del Soccorso
Fu costruito, su disegno di Cosimo Morelli, negli anni 1766/1770 e custodisce l'immagine in ceramica della Madonna del Soccorso, precedentemente appesa ad una quercia, nei pressi di una pozza da cui sgorgava acqua miracolosa. Si presenta come un perfetto quadrilatero sagomato, all'interno, da quattro pilastri a specchio portanti la cupola snella a curvatura regolare. Nella parte alta dei pilastri quattro nicchie incorniciate da stucchi portano statue di Santi in legno. La decorazione è di ispirazione greca. L'altare e l'ancona sono in scagliola cotta a marmo, opera dei fratelli Dalla Quercia di Imola. Importanti lavori vi sono stati eseguiti nell'anno 1999, sia per improrogabili esigenze di restauro e di manutenzione, sia per adeguare il fabbricato del Santuario alle nuove normative. Sul lato meridionale sono stati realizzati un'area verde, un giardino di ispirazione classica ed un getto d'acqua a ricordo della settecentesca pozza perenne.

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